Frankenstein (2015)

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“Ciò che mi ha colpito in questa storia così tante volte raccontata, è entrare nella mente del mostro, sentire la sua confusione e il suo dolore”

Bernard Rose, regista londinese, creatore insieme a Clive Barker del mito di Candyman, ritorna all’horror puro con una storia classica, divenuta immortale, ma ancora incredibilmente attuale: “Frankenstein” di Mary Shelley. A distanza di 200 anni dalla pubblicazione del romanzo, la scienza non ha ancora dimostrato di saper creare una coscienza, un sogno che resta ancora impossibile per chiunque: la creazione di un essere umano più intelligente, dotato di salute perfetta e lunga vita. È quello che nel film tenta di fare un’eccentrica coppia di scienziati (interpretati da Carrie-Anne Moss e Danny Huston), grazie ad una supertecnologica stampante 3D, ma il giovane, Adam (interpretato magistralmente da Xavier Samuel), evidenzia ben presto delle complicazioni non previste e viene soppresso e abbandonato perché dato per morto. Ma qualcosa va storto. Adam riesce a scappare dal laboratorio ed è costretto a confrontarsi con la violenza e la cattiveria della gente che lo circonda. Questa perfetta creazione, divenuta un mostro sfigurato, farà i conti con la natura orribile dell’umanità.

 

Ambientato nella Los Angeles di oggi e raccontato interamente dal punto di vista del Mostro, il Frankenstein di Rose, che dirige una sua sceneggiatura originale, è un’audace rivisitazione contemporanea, un film intenso, autoriale, violento e a tratti commovente. Il regista britannico dà prova di essere ormai un autore completo, che conosce perfettamente i tempi filmici, che è in grado di prendere per mano lo spettatore e accompagnarlo nel suo mondo e nella testa di Adam, nel suo dolore, nella sua sofferenza, una volta scoperto il rifiuto dell’amata madre, e nella sua solitudine estrema, emarginato da tutti, tranne che per un senzatetto non vedente (Tony Todd, che torna a lavorare con Rose dai tempi di Candyman).  Rose sorprende con immagini e sequenze singolari e prodigiose, condite da intelligenti e pregevoli movimenti di camera. A curare gli ottimi effetti speciali di make-up è stato il sei volte candidato agli Emmy Randy Westgate. Molti sono stati gli adattamenti del romanzo di Shelley, ma il Frankenstein di Rose è quello forse più intimista ed è una delle migliori versioni realizzate negli ultimi anni.

 

 

Intervista a Bernard Rose

Ciò che raccontava Mary Shelley nel suo romanzo era la creazione della vita, ma nonostante siano trascorsi 200 anni la scienza non è ancora riuscita nel suo scopo. Hai scelto di realizzare un classico come Frankenstein perché, a differenza degli altri classici, è ancora la storia più moderna e attuale?

Sì, giusto, non siamo ancora riusciti a realizzare quello che lei ha raccontato nel suo romanzo. Prendi Jules Verne per esempio, tutto quello di cui ha scritto l’abbiamo fatto. Siamo stati sulla luna! Sappiamo anche cosa c’è al centro della Terra! La proiezione di Shelley nel futuro era molto profonda e preveggente. Creare la vita è ancora qualcosa che ci ossessiona. Frankenstein rimane attuale oggi così come lo era duecento anni fa. La sua premessa centrale, il fatto che lo scopo finale della scienza sia creare la vita, fa presa su di noi perché si tratta della verità e perché solo nella nostra epoca questa possibilità si sta facendo decisamente concreta.

Com’è nato quindi il progetto?

Ho letto il libro diverse volte e ho apprezzato molto quei passaggi della storia dove si parla dal punto di vista del mostro, dove il mostro stesso racconta al dottor Frankenstein le sue esperienze nel nuovo mondo dove è stato catapultato. Sembrava qualcosa che potesse avere una forte carica cinematografica, raccontare la storia da un punto di vista diverso. Questo è ciò che mi ha attratto di questa vecchia storia, il fatto che si potesse entrare nella testa del mostro, sentendo la sua confusione ed il suo dolore; percepire la sua crescente curiosità mentre scopre la vera natura delle sue origini e vorrebbe avere le risposte alle domande che prima o poi tutti si pongono: chi sono? Da dove vengo? Qual è il mio destino?

Il film, diversamente dagli ultimi adattamenti, è ambientato nel presente ma quali sono le principali differenze tra le versione più recenti e quelle più datate?

Quasi tutti gli adattamenti sono ambientati nel passato, la maggior parte nel periodo in cui è stato scritto il romanzo. Ma penso sia un errore perché il romanzo non è stato scritto come una storia di quel tempo, ma come una storia contemporanea, con temi che sono ancora attualissimi. Farlo anche oggi sarebbe un po’ forzato. Persino se guardi il film di James Whale, non è ambientato nel 1819, ma nel 1930. Tutto è molto anni Trenta. E anche le altre versioni, quello della Hammer è ambientato nel 1860, l’adattamento di Kenneth Branagh intorno ai primi del diciannovesimo secolo. Ma secondo me è comunque sbagliato, perché duecento anni fa non era possibile creare la vita, mentre oggi potremmo farlo, e questo rende la storia ancora più vivace e interessante. Ai giorni nostri, l’idea di plasmare la carne servendosi di una stampante 3D è realtà, e il concetto della creazione di una nuova vita acquisisce maggiore credibilità.

Per la prima volta quindi la storia è raccontata dal punto di vista del mostro. Per rendere tutto più credibile hai usato la voce fuori campo del protagonista per spiegare i suoi pensieri.

Era un modo per far sembrare che il mostro stesse raccontando la sua storia a qualcuno, attraverso una sorta di dialogo interiore. La creatura non è in grado di esprimersi, ma ha questa vita interiore molto complicata e sensibile. Non è uno stupido, ma un essere molto intelligente, anche se non riesce a comunicare. E ho pensato che l’aggiunta della voce fuori campo potesse aggiungere un ulteriore livello di tragedia nella storia.

La scienza è in grado di creare la carne, ma cosa accade, invece, per quanto riguarda la coscienza? Nonostante l’incessante processo della scienza, non si ha un’idea più chiara di ciò che costituisce la coscienza rispetto ai tempi di Mary Shelley. Il mostro ha una vita interiore, è un essere vivente dotato di emozioni complesse; sogna, ama, odia: è essenzialmente l’uomo Romantico, e queste sue facoltà ci convincono che è “vivo”. Proviamo empatia nei suoi confronti, per via della sua ingiusta nascita, per il comportamento violento che gli viene insegnato e che mette in pratica all’ennesima potenza, e per la sua sofferenza nell’essere rifiutato dai suoi simili.

Per quanto riguarda il cast, in che modo hai scritturato il protagonista Xavier Samuel?

Avevamo bisogno di qualcuno che sembrasse perfetto, qualcuno che potesse avere un certo tipo di connessione con il pubblico come un attore del cinema muto, come era Buster Keaton per esempio. Sembra quasi di poter leggere nei suoi pensieri, perché è incredibilmente espressivo, inoltre ha una fisicità importante ed è molto audace e coraggioso. Durante il film ha preso un sacco di botte. Ad un punto delle riprese, mentre stavamo per girare la sequenza del sogno, dove Xavier appare di nuovo perfetto, senza malformazioni o lesioni, mi accorgo che ci stava mettendo davvero troppo tempo in sala trucco. Ma per quella scena non si doveva utilizzare il make-up per renderlo un mostro, doveva apparire normale. Ho chiesto spiegazioni ai truccatori che mi hanno risposto “stiamo coprendo i lividi perché ha preso così tante percosse nelle scene precedenti”. È stato molto coraggioso, un ruolo per nulla facile. È un grande attore, anche molto esigente, non si è mai lamentato.

In Frankenstein sei tornato a lavorare con Tony Todd, che avevi diretto in Candyman. E non per un cameo, ma in un ruolo anche piuttosto importante…

Non avevo scritto il ruolo pensando a lui in realtà, ma i produttori me l’hanno suggerito. Così ho deciso di incontrarlo, non lo vedevo da Candyman, ed è stato fantastico. Gli è piaciuto molto il personaggio, Tony è perfetto per il ruolo e lui ha fatto davvero un grandissimo lavoro.

Il film è anche abbastanza gore, diversamente da quanto hai fatto di solito in passato, a parte Candyman ovviamente…

Sì, Candyman era piuttosto gore, ma effettivamente i film successivi che ho realizzato non lo erano. Con Frankenstein volevo scioccare la gente. Il mio scopo non era mostrare una storia mai vista prima, ma far assistere lo spettatore a qualcosa di molto viscerale, spaventoso ed inquietante. Volevo che lo spettatore tremasse per la violenza. Sai, la differenza tra un film d’azione e un horror è che in un film d’azione tu simpatizzi per chi sta uccidendo il cattivo di turno, in un film d’orrore invece fai il tifo ed entri quasi in simbiosi con la vittima. Ed è per questo che devi vedere le ferite, il sangue, il gore. Odio i film horror vietati ai minori di 14 anni, odio persino il concetto del divieto.

Da Candyman a Frankenstein com’è cambiato il genere horror?

Il genere è cambiato molto. Ma Candyman non era il classico film horror tipico di quegli anni. Era un film molto diverso, direi quasi bizzarro, singolare. In quel periodo, i primi anni Noventa, il genere ha toccato il suo picco più basso, a differenza degli anni Settanta e Ottanta. Il 99% dei film horror è comunque considerato spazzatura, il restante 1% rientra nel novero dei migliori film mai realizzati: basti pensare a pellicole quali Shining di Kubrick, L’esorcista di Friedkin, L’ora del lupo di Bergman, A Venezia… un dicembre rosso shocking di Roeg o I diavoli di Russell. Credo che il genere horror ben si adatti a veicolare idee impegnative e inquietanti, oltre a spaventare. Amo comunque il genere perché credo sia una maniera particolare di affrontare argomenti seri che può appassionare e coinvolgere un pubblico più ampio, non solo di nicchia. Nessuno vuole ormai vedere film drammatici soprattutto perché la maggior parte di essi sono così noiosi…

I tuoi prossimi progetti? In una vecchia intervista di circa 10 anni fa dichiarasti di voler dirigere un sequel del tuo Candyman

È vero, era mia intenzione e mi piacerebbe ancora tanto, ma la vedo molto difficile ora. Comunque sì, voglio fare altri film horror, magari prendendo spunto da testi dell’Ottocento, ovviamente aggiornati e resi più interessanti. Vorrei “ampliare” il genere, raccontando storie che non si basino solo su facili spaventi, non mi piacciono quei tipi di film. Andare dietro a qualcuno e gridare “Boo!” non è far paura, ma solo spaventare. Le cose più importanti in un film, horror o non horror che sia, sono la storia e i personaggi. E solo perché si tratta di un horror non significa che devi per forza avere personaggi stupidi che parlano di stronzate e fanno stronzate. I migliori horror della storia, infatti, hanno personaggi incredibili, come per esempio in Rosemary’s baby e L’esorcista. Sono pellicole che non ti fanno paura solo mentre li stai guardando, ma sono persino più terrificanti una settimana dopo. Sono questi i migliori film d’orrore, quelli che ti penetrano nella mente e non riesci a fare a meno di pensarci. Voglio fare questo tipo di film e mi piacerebbe continuare a lavorare con il genere horror. Di sicuro è quello che farò nei prossimi anni. Ho già pronto uno script assolutamente terrificante, ma al momento non ti posso anticipare nulla…

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