Intervista a George Romero (2014)

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Intervista a George Romero (2014)

In che modo hai conosciuto per la prima volta Stephen King?

Avevo realizzato da poco Martin, che doveva essere proiettato allo USA Film Festival, l’attuale Sundance Film Festival. Diversi grossi dirigenti di Hollywood vennero a vedere il film, tra cui alcuni della Warner Bros che si dimostrarono entusiasti. Alla fine del film mi dissero: “Wow, abbiamo comprato i diritti di Salem’s Lot, la storia di un vampiro ambientata in una piccola cittadina scritta da Stephen King e il tuo Martin è molto simile. Credo proprio che voi due dovreste incontrarvi!”. Mi fecero il biglietto aereo e mi mandarono a conoscere Stephen. Parlammo molto, fu in quell’occasione che mi diede una copia de L’ombra dello scorpione e mi disse “Facciamolo insieme!”. Venne poi da me mentre stavo girando I cavalieri, gli chiesi di fare un piccolo cameo. Sul set del film iniziammo a parlare di Creepshow, che fu in realtà la prima volta che collaborammo.

Tra le tante collaborazioni con King non andate a buon fine c’è appunto L’ombra dello scorpione.

Inizialmente Stephen si rifiutò di farlo per la tv, per cui diverse parti della storia originale dovevano essere tagliate, ma così facendo perdeva il suo “potere”. Alla fine avevamo realizzato una sceneggiatura di circa tre ore, cercavamo dei finanziamenti ma nessuno avrebbe fatto un film così lungo. Così dopo diversi tentativi il progetto raggiunse un punto morto e da allora non se ne fece più nulla. Io lavorai con lui solo per quella versione. Poi le cose cambiarono, dopo diversi anni Stephen decise di farne un adattamento televisivo. All’epoca non c’erano i canali via cavo e la versione tv fu molto edulcorata, tagliarono moltissime scene. King odiò Shining così tanto da volerlo rifare, ma la versione di Kubrick è migliore. Potrebbe quindi decidere di rifare anche L’ombra dello scorpione ora che le serie tv stanno andando così di moda, anche se dubito lo farà mai, ma sarebbe bello se mi chiamasse.

Come andò invece con Pet Sematary?

In quell’occasione fui costretto a girare nuovamente la parte finale di Monkey Shines. Il produttore, Richard Rubinstein, mio partner lavorativo dell’epoca, non volle attendere oltre e dovetti rinunciare. Così fu scelta Mary Lambert per realizzare l’adattamento.

Lo stesso successe con It?

In realtà no, non sono mai stato veramente coinvolto nel progetto. Ne parlammo diverse volte con Stephen, sembrava si potesse fare qualcosa di interessante, ma alla fine vennero fatte altre scelte.

Hai cercato di portare sullo schermo altre sue storie?

Avevo scritto l’adattamento de La bambina che amava Tom Gordon, pensando anche a Dakota Fanning come protagonista, prima che diventasse una star dopo Man on the fire, ma non siamo riusciti a venderlo. A me piaceva molto, anche Stephen ne era entusiasta, ma ad Hollywood nessuno era interessato a quel progetto, consideravano il mio script troppo soft. Continuo a sperarci in ogni caso! Ci ho provato anche con Il gioco di Gerald, ne abbiamo parlato spesso con Steve e Frank Darabont, ma non c’è stato nulla da fare.

Se oggi ci fosse la possibilità di lavorare di nuovo insieme proveresti ancora ad adattare “Tom Gordon”?

Assolutamente sì, ho investito così tanto tempo in quell’adattamento. Adoro la storia. Ma non credo si farà mai. Ad Hollywood non piace realizzare un film con protagonista una ragazzina, a meno che non sia una star, una come Shirley Temple tanto per capirci. Se provi a rimanere il più fedele possibile alla storia originale non c’è spazio per personaggi adulti. Il problema con lo script è sempre stato questo: loro pretendono ci siano attori affermati, stelle del cinema, che permettono di vendere il film, ma sia a me sia a Steve non piace l’idea di stravolgere la storia solo per avere un cast di un certo livello. 

Secondo te Stephen King ha davvero cambiato il modo di raccontare le storie, persino nel mondo del cinema?

È davvero difficile per me rispondere a questa domanda. Per quanto riguarda Creepshow, è stato lui a scrivere la sceneggiatura per cui non ho avuto bisogno di preoccuparmi di nulla (ride, NdA). Ma quando per esempio ho scritto l’adattamento de La metà oscura, mi sono ritrovato in una strana situazione. Non volevo cambiare veramente nulla della storia originale, volevo essere completamente immerso in essa, per non perdere il minimo particolare. È stata un’esperienza piuttosto strana, perché quando un’idea ti balena nella mente hai totale libertà, puoi immaginare e fantasticare quanto ti pare. Quando invece mi sono ritrovato a lavorare sul materiale scritto da Steve è stato tutto più complicato perché non volevo modificare nulla, è tutto così perfetto nelle sue storie. Adoro il suo stile, il suo modo di raccontare le storie, la sua capacità di rendere reali e quotidiane situazioni e storie fantastiche. 

Che rapporto hai oggi con Stephen King?

Stephen è un caro amico, suona in una rock band, adora il baseball, è una persona semplice. È facile volergli bene. E collaborare con lui è la cosa più semplice del mondo.

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