Mientras duermes – Bed time (2011)

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Mientras duermes – Bed time (2011)

Dopo l’ottimo successo di film commerciali come Fragile e Darkness e i due capitoli di Rec, con i quali ha tracciato una solida traiettoria nel genere fantastico, il regista spagnolo Jaume Balagueró ha deciso di cambiare totalmente registro, abbandonando l’horror più tradizionale ed esplorando i meccanismi più sofisticati di un thriller piscologico inquietante, dove a farla da padrone sono la suspense e l’atmosfera.

Con Mientras Duermes, scritto dal collaboratore di fiducia e amico Alberto Marini, Balagueró ha deciso di tornare indietro e scoprire gli elementi più classici del genere thriller, tralasciando temporaneamente il genere horror. Una classica storia di suspense, con una formula usata più e più volte, che però si differenzia dalla maggior parte dei prodotti più recenti, rendendola veramente interessante e terrificante, per la sua vicinanza alla realtà e alla vita quotidiana e per la scelta (oculata) del villain protagonista di turno: non il tipico serial killer, il rapitore ossessivo o il semplice torturatore, ma un personaggio seriamente disturbato, ossessionato dalla gente, con una personalità e un modus operandi completamente originale. Qui lo scopo non è semplicemente uccidere o torturare il prossimo, ma rendergli la vita difficile, vederlo soffrire e patire una vita infelice come la sua. Uno psicopatico che tesse il suo male lentamente, a partire dalle piccole cose che ci circondano, cose apparentemente insignificanti. Ma è proprio questo che lo rende più contorto, sottile e pericoloso. Protagonista perfettamente interpretato da Luis Tosar, attore spagnolo già ammirato in Cella 211, che dà vita ad un personaggio inquietante, ambiguo, viscido e mitomane che mette francamente i brividi e regge (quasi) interamente da solo tutto il film. Gli altri personaggi diventano quasi di contorno (nonostante la pur brava Marta Etura che interpreta Clara), tutto ruota attorno alle sue manie (ordine e pulizia), alle sue fobie (sporcizia e solitudine), alla sua deviazione mentale. Balagueró è un ottimo regista, tecnicamente non si discute, ed è anche molto bravo a raccontare le storie (in questo caso confezionata ineccepibilmente dall’italiano Alberto Marini). Con Mientras Duermes dimostra inoltre di essere in grado di trattare temi differenti e affrontare generi alternativi all’horror. Non c’è sangue (ad eccezione di un’unica scena, peraltro molto cruda e ben realizzata), non ci sono fantasmi o altre entità, non ci sono infetti. Quello che emerge è il suo talento.

 

 

Intervista a Jaume Balagueró

La trama del film è piuttosto atipica se raffrontata al resto della tua filmografia. Dopo fantasmi e infetti… un thriller. Com’è nato il progetto?

Non è stata una decisione premeditata. È successo che lo script è finito nelle mia mani quasi per caso. Il mio amico e scrittore Alberto Marini, con cui avevo già lavorato in passato, un giorno mi ha passato questo soggetto che aveva scritto per farmelo leggere e per dare un’opinione. Credo che all’epoca la sua idea era quella di dirigerlo lui stesso, ma appena ho iniziato a leggerlo mi ha subito affascinato e catturato e mi è piaciuto così tanto che gli ho detto che avrei voluto digirerlo io. Era così entusiasta della mia decisione che il mese successivo eravamo già al lavoro sul film. Alberto, oltre ad essere un mio grande amico, è una persona incredibilmente creativa ed appassionata. Abbiamo lavorato insieme molto da vicino, sulla messa a punto della sceneggiatura, e ci siamo divertiti molto a farlo! È una persona molto generosa, che si concentra con tutto se stesso nel suo lavoro.

Trovo che sia una storia intrigante e davvero speciale. Non è un horror tradizionale, ma la suspense e l’incredibile tensione mi hanno attirato e sono sicuro che avrà lo stesso effetto sul pubblico!

La storia è basata su fatti realmente accaduti?

No, spero di no! Anche se immagino che fatti simili possono accadere e siano realmente successi da qualche parte nel mondo. Il portiere di un edificio è una persona che tende ad avere un certo controllo sui residenti e l’ambiente in cui essi vivono. Conosce molti dettagli sulla loro vita e questo gli dà un grande potere. Sono sicuro che nella vita reale ci sia stata più di una terribile storia tra il portiere e un residente…

È stato difficile creare una storia originale? Sembra che ultimamente le idee scarseggino…

No, non penso sia così difficile creare film originali e diversi tra loro. In realtà molte delle nuove storie che stanno venendo fuori spesso ci sorprendono positivamente. Il problema è che i grossi studios e i produttori non sono sempre preparati a stare dietro ad esse, preferiscono andare sul sicuro finanziando una formula già testata e che ha già avuto successo.

Qual è l’obiettivo che volevi raggiungere con Bed Time?

L’obiettivo del film non è spaventare lo spettatore. L’idea è più quella di coinvolgere il pubblico in questo gioco morboso di tensione e suspense, pettermendo loro di parteciparvi. In questo gioco lo spettatore ha un ruolo più importante rispetto a quello che si potrebbe pensare e sono sicuro che il pubblico rimarrà sorpreso dalle proprie reazioni. Ruota tutto intorno all’essere parte di questo gioco inquietante.

Quant’è importante in questo genere di film la presenza di un grande attore come Luis Tosar?

Per me era indispensabile avere un attore davvero formidabile e valido per il ruolo del protagonista, la cui presenza doveva essere allo stesso tempo inquietante e intrigante. Avevamo bisogno di qualcuno capace di disgustare e spaventare il pubblico, e capace nello stesso momento di accattivarlo. Luis Tosar è stata la scelta perfetta per un ruolo così complesso e ambiguo.

Sei soddisfatto del risultato finale?

Di solito tendo a essere estremamente esigente e autocritico come regista. Sono soddisfatto del risultato di un film quando vedo il pubblico divertirsi e sperimentare le emozioni che avevo in mente mentre lo realizzavo. E devo dire che le reazioni di coloro che l’hanno visto fino ad ora sono state incredibili, quindi sono molto felice.

 

Intervista ad Alberto Marini

Non è la prima volta che lavori insieme a Jaume Balagueró, non solo nei panni di sceneggiatore.

Sono entrato a lavorare in Filmax nel 1999, poche settimane prima dell’uscita di Nameless qui in Spagna. Ricordo che il film m’impressionò moltissimo. E la possibilità di lavorare con il regista sul suo seguente progetto fu una delle ragioni che mi confermarono che Filmax era senza dubbio il posto giusto dove rimanere. Da qui, ho conosciuto Jaume nelle riunioni del dipartimento di sviluppo progetti. Riunioni dove c’erano quattro – dieci persone ogni volta. Uno dei pregi di Jaume è avere le idee molto chiare, idee però che matura ascoltando. Ha un atteggiamento sempre umile, nessuno snobismo d’artista o un ego smisurato. Ascolta qualunque suggerimento o commento venga da chi venga. E così, poco a poco, è nata una relazione professionale di stima e fiducia reciproca.

In quell’occasione poi ci sentivamo nello stesso lato della barricata. Uno degli interlocutori dello sviluppo di Darkness era Miramax. Con loro si lavorò bene, ma avevano criteri e un sistema di lavoro diverso. Il fatto di dover rispondere ai loro commenti sullo script, di stare insieme (con l’aiuto di Brian Yuzna) nelle eterne conference call con gli esecutivi di Dimension, di fatto ha fortificato la nostra unione professionale.

Riassumendo, fu e continua a essere molto facile lavorare con Jaume perché, talento a parte, è una persona assolutamente normale. Francamente credo di essere stato fortunato per avere avuto l’opportunità di lavorare con lui in Darkness. Se fosse stato un regista minimamente altezzoso, incapace di ascoltare uno stagista… non so dove sarei adesso… sicuramente non qui.

Dopo Darkness, Fragile come story editor, i due Rec come produttore esecutivo, l’episodio Para entrar a vivir come sceneggiatore, è stata la volta di Mientras duermes ancora come sceneggiatore. Considerando il tuo lavoro accanto a Balagueró nel corso di tutti questi anni, come consideri la sua evoluzione?

Credo che soprattutto Rec (sia detto, qui con Paco Plaza) e Mientras duermes abbiano rappresentato un cambio di registro importante nel suo modo di fare cinema, una prova di versatilità da un lato e di personalità stilistica dall’`altro. Se con Darkness e Fragile Jaume ha dimostrato di poter fare cinema de genere commerciale secondo i canoni americani, con le ultime produzioni ha inoltre dimostrato di tenere una chiara personalità stilistica, nonostante il cambio di genere e di linguaggio. Rec e Mientras duermes appartengono, di fatto, a generi diversi, usano un linguaggio visuale distinto… ma riconosci in entrambi la stessa impronta stilistica del regista. Un marchio di fabbrica.

Credo che Mientras duermes rappresenta il suo film più maturo come regista, un film in cui Jaume si allontana da soluzioni effettistiche e dove è capace di ritrarre eventi e situazioni tremende, perverse, con un’eleganza tale da renderle in certo modo, belle, attrattive.

Ad ogni modo, ed è lo stesso Jaume a dirlo, credo che sia un regista che continua ad apprendere e a migliorarsi. Non è arrivato ancora al suo massimo. Quindi aspetto con grande curiosità ciò che fará in Rec 4.

Mientras duermes è una storia atipica nella filmografia di Balagueró. Forse solo l’episodio Para entrar a vivir ha delle similitudini nella location e in alcune situazioni. Com’è nato il progetto?

Francamente ho scritto Mientras duermes pensando a me come regista. Doveva essere un progetto personale per fare il gran salto. E, come è ovvio, una volta terminato lo script, l’ho passato a persone con criterio a me vicine. Jaume fu uno de primi ad avere la sceneggiatura tra le mani. Mi aspettavo di ricevere dei suggerimenti… però e arrivata un’altra proposta. Ricordo la mia sorpresa quando mi disse che, se volevo dirigerlo io, mi avrebbe appoggiato incondizionatamente, ma che la cosa che gli avrebbe fatto più piacere, era un’altra. “Sei sicuro?” gli dissi “non è un horror”. “So bene ciò che è” mi rispose. Non ci fu bisogno di aggiungere altro. Ripensandoci, tutto fu una fortunata (di nuovo, la fortuna) concatenazione di episodi: dopo Rec Jaume era appena arrivato alla conclusione interna di volersi cimentare con un nuovo genere, un thriller classico; io avevo questo script, che rispondeva alle nuove necessità di Jaume; e Filmax voleva annunciare un progetto importante in Cannes. 1 + 1 + 1 e tutti felici.

A conti fatti, sono molto contento di come siano andate le cose. Perché, con Jaume, il progetto è cresciuto e si è convertito in una fantastica realtà. É un film di cui sono enormemente orgoglioso e che, parlando di carriera e benefici puramente personali, mi sta spalancando nuove porte in quanto alla scrittura cinematografica… Inoltre, con la rinuncia alla regia, mi cimentai in un’idea che stava li, ma sarebbe rimaste nel cassetto: scrivere un libro ispirato alla stessa storia. E il libro esce adesso in Spagna, pubblicato da Random House. E, al momento, uscirà in altri sei paesi, tra cui l’Italia (edizioni Mondadori).

La storia s’ispira a qualche episodio di cronaca realmente accaduto oppure è una storia di fantasia?

È una storia di fantasia con qualche vincolo con la realtà. Un primo vincolo è la mia esperienza personale. Nulla di trascendentale. Semplicemente a casa nostra, la portinaia aveva le chiavi ed era normale tornare a casa e vederla nel nostro alloggio. Avevamo fiducia cieca in lei e mai pensammo che avrebbe potuto fare qualcosa di male, nonostante si trattasse di una sconosciuta. Di fatto, non fece mai nulla di male… ma, ripensandoci adesso, avrebbe tranquillamente potuto fare di tutto, e non ce ne saremmo mai accorti. Lavorare su questa possibilità mi sembrava interessante.

Il secondo vincolo è un articolo che ho letto su gente che vive in case altrui, senza che i proprietari si rendano conto. Sembra strano, impossibile, ma negli States, stando all’articolo, ci sono diversi casi all’anno. E non uno o due, ma circa trenta – quaranta. E a New York poi ho conosciuto un produttore, Ted Hope, che aveva vissuto personalmente un’esperienza simile con una ragazza che si era nascosta nella loro casa per un paio di settimane, senza che se ne rendessero conto. In fin de conti, chi guarda sotto il letto quando ritorna a casa?

Quanto è durata la fase di scrittura?

La scrittura è durata circa 18 mesi. I primi sei in solitario. Gli ultimi 12 con Jaume. Un processo abituale nello sviluppo di uno script. Non ci sono stati grandi problemi, se non il fatto di riadattare la location da New York a Barcellona, cambiando quindi non solo gli spazi, ma anche la forma di parlare ed anche le caratteristiche di alcuni personaggi. Inoltre, la versione che avevo scritto per me era molto introspettiva… Jaume, al contrario, ha insistito per un thriller più visuale, dove le emozioni fossero strasmesse dalle immagini, da ciò che accade e non da ciò che si dice.

Hai seguito anche le riprese del film? Il risultato finale corrisponde a quello che avevate in mente sin all’inizio o sono stati modificati in corsa alcuni aspetti?

Chiaramente ho seguito le riprese. Filmax mi ha offerto la posizione di produttore esecutivo e non c’era ragione al mondo per non accettare. Il risultato, come sempre, è diverso da ciò che io avevo in testa, ma non dipende dal fatto di avere compiuto correzioni dell’ultima ora. Sempre tra immaginazione e realtà c’è differenza. E, in questo caso, sono più contento con la realtà.  Il film è addirittura migliore di quello che mi aspettassi… e mi aspettavo molto.

Hai da sempre lavorato in Spagna insieme a produttori e registi spagnoli di un certo livello. Guardando all’Italia, anche se dall’esterno, siamo così messi male rispetto a loro?

Io volevo fare horror. Per questo sono andato via. E sono andato a Filmax perché avevo letto del progetto Fantastic Factory di Julio Fernández, che aveva chiamato Brian Yuzna a Barcellona per creare una fabbrica di cinema di genere. In quanto all’Italia, non credo che il cinema italiano sia messo male. Almeno, non è questa la sensazione che si ha in Spagna. Ciò che occorre è che si ha l’idea che dall’Italia possano venire fuori solo commedie, qualche buon film politico o di denuncia sociale, e alcuni pezzi d’autore (come Moretti)…. Poco di più. Magari è un’opinione sbagliata, però qui non si vedono altri film italiani.

Riassumendo, ci sono e si vedono belle cose dall’Italia. Ma non ci sono horror… per cui rimango qui, molto felice di stare qui.

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