
Visivamente incredibile, brutalmente violento, Maniac è un viaggio psicologicamente complesso e terribile nella mente malata di un assassino. Girato interamente dal punto di vista del serial killer, è il remake, o meglio, la “reinterpretazione”, la rilettura del cult degli anni Ottanta, considerato da molti come lo slasher più cupo e cruento mai realizzato.
Il progetto, co-produzione franco-americana, nato da un’idea di Thomas Langmann, produttore del pluripremiato The Artist, che dopo aver comprato i diritti del film originale, ha affidato il timone all’amico Alexandre Aja, uno dei più talentuosi registi/produttori degli ultimi anni nel genere horror, in grado di “reinventare” cult del passato. Aja ha messo in piedi il suo team fidato e ormai collaudato: Gregory Levasseur come co-sceneggiatore e co-produttore, Franck Khalfoun come regista e Maxime Alexandre come direttore della fotografia.
Molto del merito del successo del film di Lustig va al protagonista Joe Spinell, che con la sua carismatica e spaventosa interpretazione ha dato vita ad uno dei personaggi più perversi, folli, morbosi e violenti mai visti. Per questo motivo molto coraggiosa è stata la scelta del team di girare il film interamente in PoV, ma alla fine si è rivelata più che azzeccata, considerando anche l’impossibilità di sostituire la figura di Joe Spinell nell’immaginario collettivo. Ma altrettanto coraggiosa è stata la scelta dell’attore hollywoodiano Elijah Wood di accettare un ruolo così disgustoso e “scomodo” allo stesso tempo. Nel film, infatti, vediamo l’attore solo attraverso gli specchi o altre superfici riflettenti, ma in quelle poche sequenze la sua interpretazione è efficace e penetrante.

Era il 1980, l’età d’oro del cinema horror. Non molto tempo prima avevano fatto il loro esordio sul grande schermo capolavori come Halloween, Zombi, Alien, The Brood, Shining, Venerdì 13. Era un periodo in cui i filmmakers affrontavano temi inquietanti e scomodi, testando e sperimentando nuovi sottogeneri. Principali protagonisti erano la violenza, il sangue, gli stupri, gli omicidi. Ogni pellicola aveva qualcosa di originale nella storia o nel modo di girare. Maniac non è un capolavoro, ma è senza ombra di dubbio uno dei film cult di quel tempo, ancora oggi una pietra miliare nel genere horror, fonte di ispirazione di molti registi, citato e omaggiato in molti film.
Fortemente voluto dal protagonista Joe Spinell, anche autore della storia e della sceneggiatura, il film fu diretto da William Lustig, che aveva iniziato la sua carriera come regista, produttore e montatore nel mondo del porno. E Maniac fu il suo primo “vero” film, diretto con vivacità e abilità: un serial killer con l’ossessione per gli scalpi sta seminando il terrore per le strade di Los Angeles. Frank. il proprietario di un negozio di manichini, ma la sua vita cambia quando la giovane artista Anna chiede il suo aiuto per la nuova mostra. Mentre tra i due nasce una bella amicizia, l’ossessione di Frank inizia a crescere a dismisura…
Intervista a Franck Khalfoun
È la seconda volta che lavori con Alexandre Aja. Hai accettato immediatamente quando ti ha chiesto di dirigere il film?
Abbiamo una collaborazione molto creativa e sapevo fin da subito che avrei avuto molta libertà di fare qualcosa di speciale. Alex è un produttore meraviglioso, pieno di idee e inventiva. Ma soprattutto, come regista, rispetta la visione che un altro regista può avere e fa il possibile per trovare le migliori soluzioni. Nonostante ciò ero molto preoccupato di fare un remake e in particolare il remake di un classico del genere horror. È stato sicuramente un film innovativo per il genere e per questo motivo è stato importante per me cercare di fare qualcosa di altrettanto originale e distintivo. Sapevo di avere un’idea forte quindi non pensavo al paragone che ci sarebbe stato con l’originale.
Hai preso parte alla scrittura della sceneggiatura? Hai suggerito qualche modifica per renderlo più affine al tuo stile?
La regia del film era così radicale che ho dovuto apportare alcune modifiche allo script e al tempo stesso ho cercato di mantenere intatta la storia. Ho voluto rendere omaggio alla performance di Joe Spinell più di ogni altra cosa. È quello che più di tutto mi ha affascinato del film originale. Nonostante tutte le orribili cose che faceva il personaggio, io provavo pena e tifavo per lui. È stato importante provare empatia per il personaggio, soprattutto se si ha intenzione di “essere” il personaggio.
Perché avete scelto di girare interamente il film in prima persona?
Volevo entrare il più possibile nella mente del serial killer o almeno cercare di vedere le cose dal suo punto di vista. Come spettatore desideri che la storia vada avanti, ma in prima persona si partecipa in qualche modo anche agli omicidi e non c’è niente che tu possa fare al riguardo. La voglia irrefrenabile di uccidere è una cosa che quasi tutti i serial killer hanno dichiarato di aver avuto e con questo particolare modo di girare noi volevamo condividere e rendere più evidente questa voglia. La cosa più difficile con questo tipo di ripresa è il non far vedere il protagonista. Anche la creazione della paura e della tensione diventa impegnativa in quanto si sa sempre dov’è l’assassino. Non credo in ogni caso che il pubblico pensi a questo durante la visione del film. Le luci, la scenografia, la regia e la recitazione condividono un obiettivo comune: cercare di immergere il pubblico all’interno della storia in modo da sperimentare una nuova sensazione difficile da immaginare.
Proprio in virtù di questa scelta stilistica, quanto è stata difficile la fase di montaggio che tu stesso hai curato?
Lo script di Maniac è poco convenzionale, così come le riprese. E di conseguenza lo è stato anche il montaggio. Riprendere un intero film in prima persona significa non avere nessuna copertura. Non ci possono essere riprese diverse di una stessa scena. Pertanto il montaggio è diventato uno strumento per trasmettere emozioni e sensazioni più di qualsiasi altra cosa.
Hai qualche aneddoto divertente sul set da raccontare?
Un giorno mia sorella è venuta a visitare il set e ha lasciato il figlio di sei anni fuori perché quella era una giornata particolarmente cruenta e tutti gli effetti speciali di make-up non erano ovviamente adatti ai bambini. Pochi minuti dopo, però, un furgone pieno di donne senza lo scalpo si è diretto verso mio nipote che è scoppiato in lacrime per la paura…
Intervista a Alexandre Aja e Gregory Levasseur
Qual è stata la tua reazione quando Thomas Langmann ti ha chiesto di “reinventare” il film?
AA: Ero un po’ titubante all’inizio perché l’originale è un grande classico dell’horror. Sono sempre stato un grande fan di Maniac ed ero molto emozionato quando Thomas Langmann mi ha chiesto di fare un remake, ma non potevo immaginare di farlo senza l’approvazione e il sostegno di Bill Lustig. Thomas ha organizzato l’incontro con lui a Parigi. La cosa divertente è che Bill aveva visto il mio Alta Tensione e aveva notato le citazioni e gli omaggi al suo lavoro e gli era piaciuto molto. All’inizio anche lui era un po’ esitante sulla possibilità di fare un remake del suo film più famoso, però dopo una lunga chiacchierata ha voluto che fossi io al timone del team e ci ha dato il suo supporto.
GL: Ero molto scettico perché Maniac è un cult-movie e non immaginavo proprio come si potesse fare un remake degno. Joe Spinell aveva una grande influenza nel film originale e quindi era difficile immaginare un nuovo ‘maniaco’. E con Alex non volevamo rovinare l’originale. Ci abbiamo pensato molto bene. E dopo un po’ abbiamo deciso di farlo perché abbiamo scoperto che sarebbe potuto essere interessante vedere un altro maniaco con un carattere diverso da quello interpretato da Joe Spinell.
Perché hai deciso di affidare la regia a Franck Khalfoun e di non curarla tu stesso?
AA: A quel tempo stavo sviluppando un altro film chiamato Cobra, un film d’avventura nello spazio, così ho dovuto destreggiarmi tra vari progetti nello stesso momento. Mi piace comunque lavorare come produttore, a volte mi dà più libertà creativa, mi piace correre rischi, senza avere la responsabilità del regista. L’originale è un grande cult e ancora oggi è uno degli horror più apprezzati e amati.
Quanta pressione hai sentito durante la fase di scrittura?
AA: Non molta, perché alla fine abbiamo davvero onorato e reso omaggio all’originale in molti modi, la più grande libertà che abbiamo preso è stata di carattere tecnico e nel casting. È stato uno shock per i fan di Elijah Wood il fatto di averlo scelto come protagonista ma di averlo visto poco e niente sullo schermo. Bill Lustig non era del tutto convinto di questa scelta all’inizio ma quando è venuto sul set e ha incontrato Elijah era convinto che avessimo fatto la scelta giusta.
GL: È proprio per questo motivo che abbiamo preso molto tempo prima di accettare la proposta. La pressione c’era perché prima di tutto stiamo parlando di un “remake”. In secondo luogo la gente ama ancora molto l’originale, ma avevamo in mente un personaggio del tutto diverso in testa e sapevamo che alla fine sarebbe stato molto difficile confrontare i due. Abbiamo deciso di rendere il protagonista meno disgustoso rispetto all’originale perché Joe Spinell lo aveva fatto così bene e lo aveva interpretato così magnificamente che era impossibile ricreare quel personaggio allo stesso modo, allora abbiamo deciso di andare completamente nella direzione opposta con un nuovo approccio.
Come in tutti i precedenti film avete lavorato insieme sulla sceneggiatura. Quanto tempo ci avete impiegato? E quali sono state le maggiori difficoltà?
AA: Ci sono voluti quasi tre mesi per scrivere la prima bozza, ma poi lo abbiamo riscritto e riveduto dopo molti altri mesi. La prima grande difficoltà era quella di reinventare nuovi omicidi e creare nuovi modi di fare scalpore. L’altra difficoltà è stata lo scenario, non più New York, che nell’originale era un elemento fondamentale, ma con gli anni la grande mela è diventata una città meno “degradata”, la criminalità è diminuita, ha quindi perso un po’ l’atmosfera di film come Taxi Driver, Mean Streets o Midnight Cowboy. Quindi abbiamo ambientato la storia nelle zone più abbandonate e degradate del centro di Los Angeles. Altra cosa importante è stata quella di cercare di spiegare un po’ la storia passata di Frank Zito, l’infanzia difficile e il rapporto contorto con la madre, per fare in modo di essere più vicini al killer e costruire una sorte di empatia, ma anche per cercare di capire il motivo delle sue terribili azioni.
GL: Abbiamo finito la prima bozza molto velocemente. La struttura era molto vicina a quella dell’originale. Abbiamo lavorato molto sui personaggi e sul rapporto di Frank con la madre. Questo elemento era secondo me uno dei punti mancanti nel film di Lustig: poche informazioni sulla vita del personaggio.
Cosa avete voluto mantenere del film originale e cosa invece avete voluto cambiare a tutti costi?
AA: Nel film di Lustig, Joe era una sorta di orco ripugnante, grasso, sporco e sudicio, ma molto fisico e forte. Abbiamo pensato di virare nella direzione opposta, creare un personaggio diverso, una sorta di “Norman Bates”, molto elegante, magro, con una bellezza fredda, nordica, che sembra provenire da un’altra epoca. Per questo motivo la faccia d’angelo di Elijah Wood è stata una scelta quasi naturale.
GL: Lo scalpo e i manichini erano un punto fondamentale nel film originale per capire la pulsione di Frank per le donne. E abbiamo deciso di mantenerlo a tutti i costi. Quasi tutti gli omicidi nel film originale sono incredibili, quindi era molto difficile per noi trovarne altri che potessero competere con quelli. Per esempio la scena del fucile che fa esplodere la testa è tuttora splendida e nonostante tutti gli strumenti che esistono oggi e il CGI non si può certo fare meglio del lavoro di Tom Savini. Così abbiamo deciso di cambiarla. Stessa cosa per la scena della metropolitana, che abbiamo già citato in Alta Tensione. Alla fine abbiamo cambiato tutte le scene degli omicidi per cercare di sorprendere il pubblico.
Perchè avete scelto di girare tutto in soggettiva?
AA: Volevamo raccontare la storia dal punto di vista del serial killer, tentando di entrare nella sua mente contorta. In tutti i miei lavori precedenti ho sempre cercare di stare dalla parte della vittima, in modo che il pubblico potesse tifare per lei. Maniac è il primo film in cui ho preso una direzione opposta. Ma volevo essere dalla parte di qualcuno con cui non è difficile entrare in empatia, e quindi non volevo che il personaggio di Elijah fosse un villain mostruoso né la vittima finale, ma una via di mezzo. Quando pensi ai serial killer esistiti veramente ci si rende conto di come a volte siano persone perfettamente normali, come noi, anche se noi preferiamo pensare che siano come dei mostri e non uomini, per giustificare la loro pazzia! È stato difficile girare un film interamente in prima persona, in certe scene c’erano quattro Frank Zito sul set: Maxime Alexandre con la sua telecamera, Elijah, la controfigura e lo stuntman. Ma è stata un’esperienza incredibilmente gratificante e molto creativa, soprattutto per Maxime perché doveva rendere tutto il più realistico possibile con i movimenti di macchina.
GL: Lo script è stato scritto in prima persona, ma solo nella fase di pre-produzione abbiamo deciso di girare interamente in PoV. È stata una scelta interessante quella di raccontare il film attraverso gli occhi di uno psicopatico. Non ci sono altri film horror come questo. Credo che quest’idea cambi completamente la percezione del villain nel film ed è anche per questo che Elijah Wood ha accettato di farlo. Il problema con l’idea del PoV è la reazione del pubblico che pensa di andare a vedere una sorta di found footage, con immagini traballanti e scene fuori fuoco. In realtà Maniac è un film molto chiaro, stabile, una totale immersione nella testa di uno psicopatico.
In un film del genere è molto importante la fotografia. Come consideri il lavoro di Maxime Alexandre, ormai tuo fidato collaboratore?
AA: Lo dico sinceramente: non avrei potuto fare questo film senza Maxime Alexandre, che è il mio direttore della fotografia dal 2001 oltre che un caro amico. In questo film è stato anche disposto a lavorare, per ovvi motivi, anche come operatore. Quindi non solo ha dovuto seguire le direttive di Franck Khalfoun ma anche tutte le mosse di Elijah, doveva essere quasi la sua ombra. Ha proposto anche alcune idee su come cambiare l’aspetto del film e lavorare con obiettivi e lenti diverse, a seconda di cosa si andare a raccontare. È stato prezioso per il film.
Nonostante il pubblico veda Elijah solo negli specchi e nelle superfici riflettenti, quanto è stato importante l’apporto di Elijah Wood?
AA: Elijah è uno degli attori di maggior talento con cui ho mai lavorato. È incredibilmente attento, metodico, accetta nuove idee e improvvisa molto sul set. È stato veramente grande, una delle mie migliori esperienze sul set con un attore. Elijah aveva quel tipo di bellezza “plastica”, quasi come i manichini nel film, con la carnagione molto bianca e grandi occhi azzurri e profondi. Ma al tempo stesso sapevo che era in grado di apparire cattivo e selvaggio, e quindi volevo giocare proprio su questo contrasto. Qualcuno che un momento prima è timido e affascinante, il momento dopo vi può saltare addosso, pugnalarvi e farvi lo scalpo.
Il film è molto violento e pieno di sangue. Gli effetti speciali sono numerosi e incredibilmente efficaci e realistici. Quali sono stati i più difficili da realizzare e da girare?
AA: ATTENZIONE AGLI SPOILER! La morte dell’agente di Anna nell’attico è stata particolarmente difficile perché le viene fatto lo scalpo da viva. L’attrice ha dovuto girare la scena nuda, con la protesi in testa, e uno speciale effetto che spruzzava sangue. Lo scalpo è stato realizzato ottimamente, con un gesto rapido, quindi Elijah e l’attrice hanno dovuto girare questa scena con tale realismo e forza. Ho ancora i brividi ogni volta che vedo e rivedo la scena, è davvero una delle più violente. Un’altra particolarmente difficile è stata l’ultima scena di Elijah: un incredibile bagno di sangue. Le sue vittime ritornano in vita per vendicarsi e lo massacrano in modo davvero brutale. Questo è tutto quello che posso dire adesso, ma vi invito a guardare il “Dietro le Quinte” per vedere quanto è stato difficile e folle girare questo film!
Intervista a Maxime Alexandre
È la quinta volta che lavori con Alexandre Aja e la sua troupe. Quanto aiuta lavorare con lo stesso team?
Lavorare con una squadra già rodata è sempre più semplice, il rapporto che si acquisisce limita quella parte relativamente difficile in cui bisogna nel tempo più breve possibile entrare nello spirito di un regista che da parte sua ha cominciato a lavorare sul progetto ben prima che io abbia letto la sceneggiatura la prima volta. Ogni proposta che il direttore della fotografia propone, tiene conto anche nel modo in cui viene interpretato a seconda del carattere del regista, e individuare quei caratteri è uno dei passi più delicati all’inizio di un progetto per quanto riguarda il mio lavoro. Ovviamente qui si parla di un vero e proprio Team, nel senso che sia Franck Khalfoun che Alexandre Aja sono ormai amici di lunga data.
Oltre a scrivere lo script, qual è stato l’apporto di Aja come produttore?
Dire che Aja sia un produttore che lascia al suo regista tutta la creatività sarebbe “imbrogliare”, è stato enormemente presente in questo film, anche perché il Maniac di Lustig è da sempre uno dei suoi film preferiti, e Alta tensione era un film che aveva già molto di Maniac. Direi che una delle principali sfide di Franck Khalfoun è stata riuscire ad incorporare le sue idee condividendo gli interventi di Alex.
Dopo -2 Livello del terrore hai lavorato ancora una volta con Frank Khalfoun. È cambiato qualcosa nel suo modo di lavorare dopo 5 anni?
Frank è una figura molto stravagante che rinchiude in sé una sensibilità straordinaria, a volte il suo percorso poteva essere complesso da capire, ma su Maniac è riuscito ad interpretare quella sua sensibilità dirigendo un film tecnicamente molto più complicato di quello che ci aspettavamo, e ha portato la sua squadra alla fine del film in un tempo sorprendente e tutto questo con un attore come Elijah Wood ed un produttore come Aja.
Perché hai dichiarato che Maniac è il film più eccitante che hai fatto fino ad oggi?
Proporre ad un pubblico un film interamente girato in soggettiva, dal punto di vista del personaggio principale, è un atto di coraggio sorprendente da parte di un produttore, soprattutto in questo periodo. Tanto sorprendente che ci volevano due produttori come Thomas Langmann e Alexandre Aja, tutti e due appassionati del film originale, per riuscire a dare vita a questo progetto. Dunque, partendo da questo presupposto, il film si faceva già interessante, poi per un direttore della fotografia fare un film del genere significa uscire completamente dai canoni usuali.
Quando è stato difficile girare interamente in soggettiva?
È stato estremamente complicato, anche solo per il fatto che una scena girata in soggettiva non ha la possibilità di coprire l’azione con un’altra macchina da presa o semplicemente da un’altra angolatura. Riducendo drasticamente i tagli dunque ci si trova a dover concentrare il tutto in un’unica immagine.
La sfida più difficile che hai dovuto affrontare durante le riprese?
Il film stesso! Ogni singola scena si è rivelata complicata, ho difficoltà a individuarne una in particolare. Ho vissuto una nuova esperienza fantastica sotto ogni punto di vista. Prendendo per esempio il lavoro fatto in sinergia con Elijah Wood: ogni inquadratura era preparata e ripetuta con Elijah, poi entravo in azione io al posto suo con una macchina da presa a spalla o con un sistema chiamato BodyMount che ci permetteva
di fissarla sul mio petto così da potere di tanto in tanto interagire con un braccio quando lo spazio non permetteva ad Elijah di usare entrambe le mani. La cosa fantastica era che Elijah era costantemente dietro la mia macchina da presa.
Pensi che il pubblico apprezzerà questa scelta?
Eravamo tutti un po’ preoccupati all’inizio, per questo abbiamo scelto un modo di operare delicato e non come avrebbero fatto in tanti aggiungendo un dinamismo che a volte lascia il pubblico infastidito. La realizzazione di Franck Khalfoun, il ritmo, le inquadrature e il cast hanno reso questo film a mio parere un piccolo gioiello, che il pubblico apprezzerà senza ombra di dubbio.
Nonostante nel film vediamo Elijah Wood solo nei riflessi o negli specchi, come consideri il suo lavoro, avendo lavorato fianco a fianco per tutte le riprese?
Come dicevo prima lavorare in questo film è stato un’esperienza che pochi direttori della fotografia e operatori hanno avuto, e senza Eiljah Wood tutto ciò non sarebbe stato possibile. Gestire la macchina da presa dal punto di vista di un personaggio richiede una collaborazione senza paragoni, un carattere umano e una pazienza fuori da ogni limite per un attore. A volte mi sentivo io una macchina da presa quando le mani di Elijah erano aggrappate al mio Bodymount per dirigermi in una direzione o in un’altra, a volte lo urtavo violentemente, a volte ero io le sue gambe, lui il suo braccio destro e una controfigura il suo braccio sinistro. Il risultato? Elijah è ovunque nel film, non solo nei riflessi.














