Intervista a Ovidio Assonitis (2024)
- di Lorenzo Ricciardi
- 11 mesi fa
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Chi sei?, uscito nel 1974, è stato il tuo debutto come regista e sceneggiatore. C’è chi ha definito il film “la risposta italiana a L’esorcista”, ma più che dal film, uscito quasi in contemporanea, sei stato influenzato soprattutto dal libro di William Peter Blatty. Tra l’altro ho letto che volevi acquistare i diritti del romanzo, ma la Warner Bros ti anticipò. Ma fu anche dal capolavoro di Polanski, vero?
Esatto. Diciamo che avevo il desiderio di fare un film horror, perché avevo capito che in quegli anni il genere aveva preso una direzione diversa rispetto al classico film horror inglese ambientato nei castelli. È stato il film di Polanski, Rosemary’s Baby, a influenzarmi, perché è stato quel film a cambiare praticamente tutto l’orientamento delle regole, cioè l’horror nella quotidianità, invece dell’horror fantastico, lontano della realtà di tutti i giorni.
Ci fu anche una causa, poi vinta, per una presunta “somiglianza” al film di Friedkin. Il motivo credo sia stato l’ottimo successo di pubblico, incassò infatti diversi milioni di dollari di allora…
La Warner Bros. fece causa in seguito al successo del mio film, per gli incassi troppo alti. Era in concorrenza addirittura con L’esorcista. Erano usciti più o meno nello stesso periodo. Prima L’esorcista e, a distanza di mesi, il mio. La causa riguardava l’infrazione del “visual copyright”, che non aveva alcun senso legale né logico, perché praticamente secondo loro avevo rubato da L’esorcista il modo di inquadrare, il suono e non certamente la storia, che era completamente diversa. Il copyright che ha un senso è quello letterario e non quello “visuale”. È come se si dovesse pagare sempre un diritto. Per esempio, se un regista mette una macchina da presa tra le gambe di un cavallo deve pagare un diritto a John Ford?
Quella causa in un certo senso mi lusingò perché significava che avevano paura di un giovane europeo che lavorava negli Stati Uniti (il set era a San Francisco) e stava realizzando un “film americano”, con elementi americani e un cast americano, con effetti speciali ben realizzati, simili a quelli che loro volevano fare.
In Italia, invece, gli incassi non furono così alti…
In realtà andò bene, in proporzione. Costò circa 300 mila dollari. Negli Stati Uniti incassò 20 milioni, in Italia incassò un milione e mezzo, altri 20 milioni nel resto del mondo. 40 milioni in tutto.
Era stato pensato come un film dal respiro maggiormente internazionale, considerando anche il cast e la troupe in gran parte stranieri?
A parte Gabriele Lavia, gli attori erano stranieri, venne girato in inglese e girato a San Francisco, ma la troupe era in gran parte italiana.
Il film è co-diretto da Roberto Piazzoli, con cui ha anche diviso i compiti in fase di scrittura della sceneggiatura. Come vi siete divisi, invece, i compiti sul set?
Io volevo affidare la regia ai classici registi di film horror. All’epoca c’erano Fulci, Bava, e altri. Quando decisi di fare una storia horror di impronta americana li ho chiamati per sapere se erano disponibili. Ho raccontato loro come intendevo fare il film, in maniera diversa rispetto ai canoni di quel tempo. Ma nessuno di loro ha mai capito questa possibilità. Volevo affidare anche la sceneggiatura ai classici scrittori di film horror, ma anche in questo caso nessuno ha mai capito cosa intendevo fare. Per cui ho deciso prima di scrivere la sceneggiatura e poi, non trovando un regista, ho deciso di farlo io, abbinando il mio lavoro a quello di un mio carissimo collaboratore del passato che era un direttore di fotografia, Roberto Piazzoli. È stata una collaborazione totale. Dal punto di vista pratico, chiaramente lui era tecnicamente più preparato di me perché io non avevo esperienza tecnica. Però io sapevo cosa volevo fare e questa combinazione ha funzionato molto bene, in maniera molto corretta.
Il film è pieno di riferimenti esoterici molto particolari e certamente “dotti” nel suo genere. Dato che la sceneggiatura è stata rimaneggiata più volte, da più collaboratori, e co-scritta con Antonio Troiso, si ricorda se questi riferimenti erano stati frutto di sue idee?
La sceneggiatura è stata scritta da me, lui ha dato solamente un apporto di collaborazione tecnica. Io volevo fare una scena e con lui discutevamo come farla al meglio. Per quanto riguarda gli altri autori, io cerco sempre di controllare la sceneggiatura anche da altri sceneggiatori, mi danno altre idee, migliorano anche i dialoghi, raffinano il lavoro, eventualmente, ma non sempre. È una visione in più, qualche volta ho accettato le loro idee, qualche volta no. Nel caso specifico c’è stato un bravissimo dialoghista, Marini, un bravo sceneggiatore teatrale. C’è un’impronta teatrale all’interno del film, questo è una collaborazione totale.
Quello che più rimane impresso, al termine del film, più della possessione, più del violento esorcismo, è la figura di Dimitri. Una pedina nella scacchiera del Diavolo, che pur credendo di essere dotata di “libero arbitrio” e di coscienza, è parte di un disegno “diabolico” più grande e indecifrabile. Come è arrivato a creare questo personaggio?
La storia del film, la storyline, il soggetto è totalmente mio, quindi anche Dimitri è un personaggio che ho immaginato e l’ho inserito nel film. Infatti è un greco, come me. L’elaborazione degli altri collaboratori miei è stata solamente un contributo, ma la gran parte di quello che si vede nel film è mio. Quindi anche il personaggio di Dimitri.















