Intervista a Rick Baker (2015-2026)
- di Lorenzo Ricciardi
- 4 giorni fa
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Conoscesti Landis sul set di Schlock. Già all’epoca aveva scritto gran parte della storia di Un lupo mannaro americano a Londra, vero?
Sì, ci conoscemmo mentre giravamo Schlock. John aveva già realizzato lo script e aveva le idee molto chiare su cosa voleva fare. La storia era sostanzialmente quella che poi abbiamo girato diversi anni dopo, tranne pochissime sequenze, come quella nel cinema porno.
Aveva già chiaramente in testa la scena della trasformazione così com’è stata realizzata?
All’epoca non sapevamo ancora come saremmo riusciti a realizzarla, ma John non voleva la classica trasformazione con la tecnica della dissolvenza incrociata, così come si era vista in passato. L’attore non doveva semplicemente stare seduto in un angolo, immobile. Ha sempre pensato che il momento della trasformazione sarebbe stato molto doloroso. Voleva, inoltre, che il protagonista fosse nudo per mostrare che tutto il suo corpo sta per cambiare. Desiderava qualcosa di spettacolare. E per questo motivo voleva che fosse tutto mostrato alla luce del giorno. È stato impegnativo.
Per questo motivo Landis decise di girare quella scena una volta finito il film?
Esatto. Pianificammo tutto, creammo tutti i vari storyboards della trasformazione. E John, siccome i tempi per la realizzazione della scena sarebbero stati molto lunghi, decise di girarla quando tutte le altre riprese erano terminate. Rimanemmo in pochi e girammo per sei giorni di fila, quasi dieci ore ogni giorno, con il solo David Naughton del cast.
Per poco non lavorasti sul set de L’ululato di Joe Dante. Come andò?
Joe Dante mi chiamò, voleva che facessi gli effetti de L’ululato. Desideravo da sempre fare un film sui lupi mannari e in quel periodo il film di Landis ancora non era pronto per partire. Per il film di Dante non c’era ancora una sceneggiatura, per cui il produttore mi prestò il libro su cui si basava il film. Mi dissero che avrei avuto ampia libertà sul design del lupo mannaro e sulle riprese degli effetti speciali di make-up che avrei realizzato. L’offerta era davvero allettante. Ma avevo dato già la mia parola a Landis, per cui proposi loro Rob Bottin. Lo conoscevo bene, aveva iniziato a lavorare con me all’età di quattordici anni. Io feci da supervisore, prima e durante le riprese. Quando aveva bisogno, io lo consigliavo per il meglio. Ma finii per suggerirgli la maggior parte delle idee che avevo pensato per Un lupo mannaro americano a Londra. Lui poi, ovviamente, aggiunse le sue. E fece un gran lavoro.
Ma Joe Dante non sapeva nulla del tuo accordo con John Landis?
No. Non credo di avergli detto niente. Così, come succede tante volte a Hollywood, cominciammo a lavorarci. Iniziammo a sviluppare alcuni design e a preparare gli effetti. Poi mi telefona John Landis e mi dice: “Buone notizie! Ho trovato i finanziamenti per Un lupo mannaro americano a Londra!”. E io: “Oh, merda!”. Avevo appena cominciato a lavorare a un altro film sui lupi mannari! E lui: “Brutto stronzo!”. “Non mi avevi detto che avresti realizzato quella trasformazione!”.
In realtà, glielo avevo detto. Più o meno. Ma lui continuava: “Brutto stronzo! Ti ammazzo!”. E io: “Sistemerò tutto, sistemerò tutto!”.
Rob fu il mio primo allievo. Quando venne da me non aveva mai realizzato un trucco in vita sua. Nei fine settimana veniva a stare nel mio appartamento e io gli insegnavo il mestiere. Arrivò a un punto in cui sapevo che sarebbe stato perfettamente in grado di occuparsi di quel lavoro. Tra l’altro, lo avevo già raccomandato a Joe per Piranha, per realizzare le creature del film. Così affidai il progetto a Rob. Sfortunatamente, L’ululato uscì per primo. Ma alla fine John mi perdonò!
Pensi che Rob abbia ripreso qualcuna delle tue idee?
Gliene avevo parlato io. Voglio dire, avevamo anticipato anche alcune cose. Gli dissi: “Preferirei davvero che tu non realizzassi quella trasformazione con il corpo disteso sul pavimento. Vorrei che evitassi di farla in quel modo”. Ma Rob ha un’immaginazione straordinaria e sapevo che avrebbe trovato anche delle soluzioni fantastiche per conto suo. E infatti lo fece. Però sì, tutto questo non sarebbe mai successo se non gli avessi affidato quel lavoro, se non mi fossi fidato di lui. E sai, è interessante: recentemente un altro truccatore è venuto da me e mi ha detto: “Ti rendi conto che molti dei più importanti film della storia degli effetti speciali di trucco non sarebbero mai esistiti senza di te? Se non avessi insegnato il mestiere a Rob Bottin, per esempio, non avremmo mai avuto La cosa“. E io ho risposto: “Già! Quel fottuto bastardo ha realizzato tutto quello che avevamo sempre parlato di fare, moltiplicato per dieci, in quel film!”. Ma la cosa mi rendeva orgoglioso. Pensare che, sì, quel film forse non sarebbe esistito. E neppure molti altri. Ho aiutato tante persone.
Bisogna anche avere le capacità per farlo…
Sì, ma il fatto è che Dick Smith era sempre stato molto generoso con me nel condividere le sue conoscenze, e io volevo essere come Dick Smith. Quindi chiunque venisse da me trovava qualcuno disposto a insegnargli. Rob Bottin è stato il mio primo allievo, Greg Cannom il secondo. Poi Steve Johnson, Tony Gardner… Tutti questi ragazzi sono passati da me.
Rob Bottin, però, è praticamente scomparso. Non lo si vede più da anni…
È il Bigfoot! Non parlo con lui da circa quarantacinque anni. È sempre stato molto sfuggente. Non dirò altro.
















