Intervista a Paco Plaza (2024)
- di Lorenzo Ricciardi
- 1 mese fa
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Nel primo REC tu e Jaume Balagueró avete preferito girare e raccontare in modo diverso una storia horror, come fece Deodato in Cannibal Holocaust e, più recentemente, Daniel Myrick ed Eduardo Sánchez in Blair Witch Project. Volevate in qualche modo avvicinare maggiormente il pubblico all’orrore o utilizzare in qualche modo, ad esempio, lo schermo come si fa in un videogioco, oppure si trattava semplicemente di un found footage?
Beh, in sostanza la nostra idea era quella di utilizzare le risorse di un servizio televisivo. Dato che credo che noi, in quanto spettatori, identifichiamo un certo modo di raccontare come se fosse il modo di raccontare la realtà. Qualcosa che, insomma, è un altro modo per caratterizzare un servizio giornalistico o un documentario. Cose come la ripresa a mano libera, i teleobiettivi, il fuori campo, l’uso di un audio di scarsa qualità… Sono elementi che si associano a un modo di raccontare la realtà. Quindi pensavamo che se fossimo riusciti a racchiudere una storia di fantasia raccontata in quel modo, in modo da simulare la realtà, i momenti terrificanti avrebbero avuto maggiore efficacia.
Questo vi ha limitato durante la realizzazione del film, per esempio in fase di montaggio, per quanto riguarda la musica e gli effetti sonori?
Beh, più che limitarci, il modo in cui volevamo girare il film ci condizionava e determinava, no? Ad esempio, il fatto che non ci fosse musica. La nostra idea era quella di simulare, per così dire, che ciò che si vede nel film siano le riprese grezze della telecamera. Quindi, dovevamo dare l’impressione che non ci fosse post-produzione. Non c’è musica e gli effetti sonori dovevano essere più o meno realistici. Infatti, in sala di mixaggio li lasciavamo liberi, li registravamo con un microfono e li reinserivamo per simulare un po’ che tutti quei suoni soprannaturali fossero stati catturati dal microfono della telecamera. Insomma, credo che la forma non ti limiti, ma ti condiziona.
Tu e Jaume come vi dividete i compiti quando scrivete e dirigete insieme, quindi sia durante il processo di scrittura che sul set?
Con Jaume è stato molto facile perché avevamo un patto: non avremmo cercato di convincerci a vicenda di nulla. Anzi, quando a uno dei due veniva un’idea, se all’altro sembrava buona la realizzavamo, se non piaceva, beh, ne cercavamo una che piacesse a entrambi. Quindi è stato un processo molto naturale, poco pianificato, molto spontaneo, che si basava fondamentalmente sul fatto che siamo due buoni amici che volevano divertirsi un po’ girando un film horror. Quindi non c’era alcun tipo di problema, né di ego né di altro genere.
Rispetto al primo REC, nel secondo capitolo avevate un budget decisamente superiore, effetti speciali diversi e più sofisticati e anche un numero maggiore di telecamere contemporaneamente. Come avete lavorato su questi aspetti, rispetto al primo?
Beh, è vero, il secondo è più sofisticato, più elaborato. Soprattutto la parte dei “geos” [unità militare speciale spagnola], se vogliamo, più convenzionale per un film d’azione. Abbiamo vissuto questo secondo capitolo con grande gioia perché avevamo più soldi a disposizione, dato che la prima volta l’avevamo realizzata, al contrario, con pochissimi soldi. Per cui potevamo permetterci idee più elaborate. Abbiamo potuto costruire una scenografia, per esempio, mentre nella prima parte tutto era costituito da elementi naturali presenti nell’edificio. Abbiamo creato dei corridoi, nuove stanze e questo ci ha permesso di inserire effetti speciali come il crollo del soffitto, potevamo avere armi che sparavano, potevamo avere cose che non sono economiche e che ci siamo potuti permettere.
Perché la svolta verso il paranormale in una storia che inizia in modo diverso, parlando di contagio, quindi di una “semplice infezione”? È una decisione che avete preso durante la scrittura del secondo capitolo o avevate già pensato alla possibilità che il finale del primo REC fosse proprio così?
Fin dall’inizio volevamo che la forma fosse molto realistica e il contenuto molto fantastico. Ancor prima di sapere che sarebbe stato un film sugli zombie o, meglio, sui contagiati, come preferiamo chiamarli, ci piaceva molto l’idea di combinare il realismo della forma con la fantasia della trama. Abbiamo anche preso ispirazione da Lovecraft, con la struttura a puntate che caratterizza molti dei suoi racconti. Abbiamo voluto applicare lo stesso concetto al formato video.
Quali difficoltà avete incontrato nel mixare il sottogenere del “contagio” con quello sulle possessioni? Un genere ibrido particolare…
Quando si lavora nell’ambito di una tradizione di genere, qualunque essa sia – vampiri, lupi mannari, qualsiasi mostro classico – credo sia interessante apportare qualcosa di diverso, una piccola novità. E in questo caso ci è venuto in mente che gli infetti non fossero affetti da una malattia, dalla rabbia o qualcosa del genere, ma “infetti dalla malvagità”. È come se il male si trasmettesse e la possessione demoniaca avesse una manifestazione fisica che si può, in qualche modo, isolare, studiare e contagiare. Ci era sembrata un’idea davvero divertente. Se il corpo subisce una mutazione a causa di una maledizione spirituale, forse manipolando quel corpo si può porre fine alla possessione. Ci piaceva molto questo doppio approccio tra l’aspetto fisico e quello esoterico. Sì, era una novità anche per noi. E sì, credo che non l’avessimo mai visto prima. Nel primo film gli aspetti religiosi erano sottili, ma nel secondo assumono un ruolo importante, sono molto più presenti, e nel terzo sono già piuttosto evidenti. Si è evoluto man mano. Ci è piaciuto molto quel colpo di scena verso la fine, con quel tocco esoterico. Nella seconda parte volevamo inserire un esorcismo, ci era già venuta quell’idea. Doveva esserci un esorcismo su uno dei bambini da parte di un prete. Così la storia ha preso un po’ quella piega. E già nella terza parte c’era il culmine con il prete che parlava al megafono. Nel quarto episodio credo che Jaume si allontani di più da questo aspetto e si orienti maggiormente verso l’aspetto chimico e scientifico, ma a me interessava parecchio proprio quella dimensione spirituale.
Hai diretto il terzo episodio da solo. Completamente diverso dai primi due per quanto riguarda lo stile di ripresa. Era perché in qualche modo non volevi girare lo stesso film più e più volte o era per sorprendere in qualche modo il pubblico?
L’idea del video matrimoniale mi era rimasta in testa fin dal secondo capitolo. Pensavo che sarebbe stato fantastico che un tradizionale video matrimoniale alla fine si trasformasse in qualcosa di terrificante. Tutto parte dai formati a cui siamo abituati e che interpretiamo. Nel primo era un reportage, nel secondo erano le telecamere della polizia e, parallelamente, alcuni ragazzi che si riprendono per caricare i video su YouTube. Insomma, formati che esistono nella realtà. E in questo senso anche i video matrimoniali sono qualcosa che, purtroppo, siamo abituati a vedere. Perché di solito sono un fastidio in meno per gli sposi. E quindi mi sembrava divertente giocare con quell’idea. Si adattava anche al tono più comico che volevo dare alla serie. Mi dava spunto per situazioni divertenti con parenti ubriachi e cose del genere.















