The Nameless Ballad (2026)
- di Lorenzo Ricciardi
- 1 giorno fa
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Dopo The Well, Federico Zampaglione torna dietro la macchina da presa con un horror che sceglie una strada diversa: meno “carne”, più “ombra”. The Nameless Ballad è un gotico soprannaturale costruito attorno a un’idea semplice ma efficace — l’ispirazione musicale come forza che non si controlla — e lo sviluppa attraverso una villa italiana, un diario, un pianoforte dimenticato e una presenza femminile che sembra aver aspettato troppo a lungo qualcuno capace di ascoltarla.
Il protagonista è Sam Gallo (Jamie Ward), musicista inglese reduce da un successo iniziale e bloccato dalla pressione di doverne replicare un altro. Per cercare ispirazione si ritira in una remota villa italiana insieme al cane Elvis. Quello che dovrebbe essere un rifugio creativo diventa presto una trappola: il ritrovamento del diario di Imma Rubino, donna vissuta negli anni Trenta e appassionata di composizione, apre una comunicazione inquietante tra il presente e un passato mai davvero chiuso.
Un gotico di suoni e memorie
La forza maggiore del film è la coerenza con cui trasforma la musica in un dispositivo horror. Non si tratta soltanto di una colonna sonora inquietante: la composizione è il motore narrativo. Sam non sta semplicemente cercando una canzone; sta scavando in un dolore che non gli appartiene, assorbendo frammenti di una vita altrui e trasformandoli in melodia. Il risultato è un cortocircuito affascinante: l’artista crede di creare, ma potrebbe essere creato a sua volta dalla materia che ha richiamato.
Zampaglione usa i codici del racconto gotico con consapevolezza: la villa isolata, le stanze nascoste, il manoscritto ritrovato, il fantasma, la maledizione. Non sono elementi nuovi, ma qui funzionano perché non restano decorativi. La casa non è un semplice set: è un organismo, un contenitore di memorie e un amplificatore emotivo. La sua architettura sontuosa e degradata comunica subito isolamento, decadenza e pericolo, e il regista la utilizza come se fosse un personaggio silenzioso.
Anche il rapporto tra Sam e Imma è più interessante della classica dinamica “artista tormentato incontra spirito vendicativo”. Imma non è soltanto una presenza minacciosa: è una donna a cui è stato negato lo spazio per esprimersi, costretta a vivere in un ruolo familiare e sociale che soffoca il suo talento. Sam, invece, ha libertà e visibilità, ma è consumato da ansia, fame di successo e dipendenze. Il film mette in dialogo due forme di oppressione creativa: quella storica e strutturale di lei, quella moderna e autogestita di lui.
Un inizio lento, un finale che paga
La critica britannica ha individuato nel ritmo lento il limite principale del film, a causa del quale non riesce a costruire una tensione costante. Alcuni momenti soprannaturali arrivano tardi, e il personaggio di Sam rischia inizialmente di apparire più irritante che tragico, soprattutto perché il film gli chiede di essere un genio tormentato senza dimostrarlo del tutto attraverso la sua musica. In realtà, il ritmo lento è giustamente “contemplativo” e malinconico, e prepara lo spettatore al finale suggestivo. Il film migliora, infatti, man mano che la possessione si fa più concreta. Le visioni notturne, i ricordi in bianco e nero, l’idea che una melodia possa attraversare il tempo e imporsi sulla volontà altrui danno al finale una spinta ben maggiore rispetto all’apertura. La sequenza in bianco e nero, in particolare, evoca un horror classico senza risultare un semplice esercizio di stile: restituisce l’epoca di Imma con una durezza visiva che contrasta con la morbidezza decadente della villa.
Un regista dentro la storia
Il dato più interessante è che Zampaglione non racconta un musicista da fuori. Musicista e frontman dei Tiromancino, il regista porta nel film una familiarità reale con il bisogno di creare, la paura del blocco e il sospetto che l’ispirazione possa avere un costo. Questo non trasforma automaticamente il film in un’opera autobiografica, ma gli dà una credibilità emotiva: la scrittura non sembra interessata soltanto al soprannaturale, ma al modo in cui un’ossessione artistica può diventare una forma di possessione.
La sceneggiatura, co-scritta con Barbara Baraldi, costruisce proprio su questo doppio registro. Il soprannaturale non è un’aggiunta decorativa: è il linguaggio attraverso cui il film parla di creatività, genere, memoria e autorità. The nameless ballad (La ballata senza nome) diventa così qualcosa di più di un titolo suggestivo: è l’opera incompiuta di una donna che il presente tenta di completare, con conseguenze che nessuno dei due può prevedere.
Immagini, suono e ambiguità
Visivamente il film privilegia toni cupi, spazi ampi ma soffocanti e un montaggio che alterna quiete e irruzioni. Bisogna sottolineare la bellezza della fotografia e la cura della composizione, anche quando l’oscurità diventa così marcata da rendere difficile leggere alcuni dettagli. È una scelta discutibile: da un lato alimenta l’idea che il pericolo non possa essere pienamente compreso; dall’altro rischia di appiattire immagini che, con un contrasto più controllato, avrebbero avuto maggiore impatto.
Il suono è invece uno degli elementi meglio riusciti. La musica non accompagna soltanto l’azione: la contamina. Le note sembrano avere una materialità quasi fisica, capace di aprire varchi, riattivare ricordi e imporsi sul corpo. L’idea che una canzone possa essere un veicolo di possessione è il cuore concettuale del film, ed è anche la sua immagine più memorabile.
Il film ha una direzione precisa, una casa meravigliosamente inquietante, una premessa tematica ricca e un finale che lascia una sensazione più forte di quella lasciata dal primo atto. Per gli appassionati di horror gotico, haunted house e storie di possessione creativa, è un film da tenere d’occhio. Non punta allo shock immediato né al sangue: preferisce costruire lentamente un’atmosfera in cui la musica smette di essere conforto e diventa richiamo, dipendenza, memoria e minaccia. È lì, quando Zampaglione lascia che la ballata prenda il controllo, che il film trova la sua voce.
INTERVISTA A FEDERICO ZAMPAGLIONE
Hai detto che The Nameless Ballad è probabilmente il tuo film più personale perché nasce dalla tua esperienza di musicista. A che punto, durante la scrittura, hai capito che stavi raccontando anche una parte di te — e c’è stato un momento in cui hai voluto fermarti?
Sì, The Nameless Ballad è sicuramente il mio film più personale perché racconta stati d’animo e circostanze che ho vissuto tante volte nella mia vita, facendo il musicista, quindi un un territorio a me estremamente familiare in ogni sua angolazione. Per cui, ho capito da subito che stavo raccontando qualcosa di me, è stato proprio questo che mi ha spinto a interessarmi e appassionarmi a questo progetto. La possibilità di mettere più di me stesso rispetto agli altri film.
Nel film, il successo del protagonista, Sam Gallo, non è una ricompensa, ma una trappola: la paura che tutto possa sparire. Quanto quella paura è stata vissuta davvero nella tua carriera, e come si traduce in immagini prima ancora che in dialoghi?
Il successo è sempre una trappola, perché ti cambia e cambia tutto quello che hai intorno, le persone, le abitudini… tutto. E quindi devi fare i conti con un nuovo te stesso che non conosci ancora. Soprattutto quando arriva, e arriva forte, ti trovi dentro una sorta di impazzimento generale in cui non capisci più bene cosa stia succedendo. E se non hai dei punti fermi molto forti, qualcuno che ti rimane vicino e ti dice la verità, che ti dice quello che pensa veramente, è facile perdersi. E poi, quando ti svegli da questa grande ubriacatura, ti accorgi che ti sei fatto veramente molto male. Non solo immagini, sono più stati d’animo e sensazioni quelle che si provano in quei momenti, perché poi c’è sempre quella mattina in cui ti svegli e dici: “se fosse stato tutto un sogno e se domani tutto quello che io oggi sto vivendo sparisse e andasse via con la stessa velocità con cui è arrivato?”. Questo può diventare un tarlo nella tua testa che poi comincia a scavare, ancora e ancora. E più ti attacchi all’idea del successo più questo tarlo ti divora il cervello.
Hai parlato della facilità con cui oggi un artista può diventare famoso grazie a TikTok o a un talent show, e del dolore che spesso ne segue. Il film è anche una riflessione sull’idea contemporanea di “successo istantaneo”?
Il successo è un’onda anomala e quindi devi essere strutturato, preparato, devi aver fatto la gavetta, devi esserti fatto il culo giorno dopo giorno, perché così quando arriva in qualche modo sei preparato, ti sei fortificato. Hai sofferto, hai capito esattamente il valore di ogni singolo passaggio, di ogni singolo applauso, di ogni singolo apprezzamento. Se ti arriva così di botto, da un giorno all’altro, è quasi impossibile sopravvivere perché è qualcosa che veramente non controlli. E poi, a un certo punto, la posta in gioco diventa altissima. Quindi, hai successo, però a quel punto devi dimostrare che sai fare, che sai stare su un palco, che sai veramente meritare quello che ti stanno dando. Se è stato un caso, invece, come fai a mantenere questa cosa? Perdi un pezzo al minuto e questo ti provoca ovviamente uno stato d’animo di ansia devastante, perché senti di non essere all’altezza di quella posizione, ma devi continuare a fingere per te stesso e per gli altri. Diventa veramente una vita d’inferno. Ho conosciuto molti ragazzi che sono stati travolti da un successo immediato quando non erano ancora pronti, quando non avevano fatto nessuna gavetta, magari semplicemente andando a un talent show o ritrovandosi virali su un social. E quello che vedevo negli occhi di questi ragazzi era sempre la stessa cosa: un’immensa paura.
La casa non è il classico maniero gotico: è moderna, isolata, quasi asettica. Perché hai voluto spostare il terrore nella “modernità” e nella solitudine contemporanea, invece che nell’archetipo della casa infestata?
L’archetipo della casa infestata in questo caso non avrebbe avuto alcun senso perché nessuno manderebbe un artista di un certo successo dentro una casa buia, polverosa, tetra e macabra e quindi sarebbe stata una contraddizione. Il protagonista sembra un artista che viene da un grande successo col primo album e quindi è presumibile che la casa discografica lo mandi in un luogo bello e adeguato. Ho scelto poi questo arredamento molto moderno e minimalista perché mi dava un senso di solitudine. A me quel tipo di design con quei materiali riflettenti mi mette, appunto, molta solitudine. E quindi volevo che fosse un ambiente più vuoto, più freddo, in modo da poterlo riempire con la solitudine, l’angoscia e la paura che piano piano infetta il personaggio.
Il film gioca molto sull’ambiguità: Sam è davvero perseguitato da una presenza, oppure sono la solitudine, i farmaci e il crollo mentale a divorarlo?
Questo non sta a me dirtelo se il lato soprannaturale è reale o no o è solo nella sua mente. È un qualcosa che deve decidere lo spettatore. Solo lui può decidere a cosa credere e cosa, invece, sia frutto soltanto di una mente disturbata o provocata dall’utilizzo di farmaci. Io ci credo a quelle presenze nella casa e credo soprattutto al fatto che ossessione chiama ossessione. E che quindi l’ossessione di Sam sia stata in grado di risvegliare un’ossessione molto simile alla sua, ma vissuta lì dentro tanti anni prima.
Hai detto di aver evitato i jump scare per costruire una tensione costante e progressiva. Secondo te il pubblico accetterà quel ritmo più lento e ipnotico o temi che, soprattutto quello italiano, abituato a un horror più diretto, reagisca diversamente?
Sì, ho voluto costruire un film d’atmosfera, un film in cui questa angoscia, questo terrore, questo disagio aumentasse progressivamente. Come un gas che si dipana piano piano in un ambiente, rende l’aria irrespirabile. È chiaro che a tutta una parte di pubblico questa cosa non piacerà, mi sembra evidente questo. Soprattutto, appunto, quelli che si aspettano dei jump scare ogni due minuti. Non mi aspetto affatto che sia un film che piaccia a tutti. Sarà un film piuttosto divisivo: alcuni l’apprezzeranno proprio per questa atmosfera che in qualche modo procede in maniera lenta, ma inesorabile verso qualcosa di orribile; altri lo odieranno perché lo troveranno lento e privo, appunto, di quelle trovate accattivanti che ci sono in molti horror moderni, ma io non faccio le cose per il pubblico. Faccio le cose perché devono innanzitutto convincere e piacere a me. L’idea di sparare watt dietro la testa della gente per farli saltare e spaventare non è una cosa che mi intriga così tanto artisticamente, mentre invece snocciolare un’atmosfera che diventa sempre più cupa e tetra è una sfida molto più interessante.
Dopo The Well, film più viscerale e splatter, hai scelto un horror psicologico e contenuto. È stato un cambio consapevole di rotta dopo il successo internazionale di The Well oppure una necessità creativa di raccontare qualcosa di più intimo?
Nella mia vita non ho mai voluto replicare nulla che avesse funzionato. Ho sempre cambiato, soprattutto dopo che qualcosa aveva già funzionato. Perché se una cosa funziona e arriva vuol dire che l’hai detta, perché la devi ridire? Per funzionare di nuovo? A che ti serve? A me piace sperimentare, mi piace cercare sempre nuove strade, nuove prospettive. E quindi, dopo The Well che è andato così bene in tutto il mondo, ho voluto esplorare un’altra faccia della paura, una paura più misteriosa, fatta di ombre, di vuoti, di silenzi e quindi qualcosa di molto lontano dalla violenza grafica di The Well. I film li faccio perché mi piace entrare dentro certe “porte”. In questo caso ho scelto questa porta più soprannaturale e più buia, malinconica, un qualcosa di totalmente diverso. È stato proprio questo che mi ha spinto a fare un altro film.
La sceneggiatura è nata con Barbara Baraldi, curatrice editoriale di Dylan Dog. Come ti sei diviso il lavoro con lei: lei ha portato soprattutto la struttura horror, mentre tu l’anima autobiografica e musicale — o il confine è stato molto più sfumato?
La musica nel film non è solo ambientazione: il tasto del pianoforte, il diario, le melodie sembrano avere una funzione quasi ritualistica. Hai composto o selezionato la musica pensando al film come a una sorta di “album” narrativo?
Nel film la musica è insieme salvezza e vettore del male. Nella tua esperienza, la creazione artistica è mai stata anche una fonte di disagio, non solo di catarsi?
Il film parla di dipendenza, isolamento e crollo psichico. Da regista, come hai evitato che la sofferenza di Sam diventasse spettacolo, mantenendola invece radicata in una condizione umana riconoscibile?
La casa isolata del film sembra proteggere Sam ma finisce per imprigionarlo. Quanto la solitudine creativa — quella del musicista in studio, dello scrittore, del regista — è stata un riferimento concreto durante le riprese?
Com’è cambiato il tuo modo di dirigere dal debutto a oggi?
Se dovessi scegliere una sola immagine di The Nameless Ballad come “firma” del film, quale sarebbe?
Se potessi fare un remake libero di un horror italiano del passato — o riprendere un film tuo e rifarlo da zero — quale sceglieresti, e cosa cambieresti alla luce di ciò che hai imparato con The Nameless Ballad?














