Intervista a Sean S. Cunningham (2025)

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Intervista a Sean S. Cunningham (2025)

Molti slasher movies oggi sono diventati in un certo senso stereotipati. Venerdì 13 rimane, invece, inquietante per la sua semplicità. Se dovessi girarlo oggi, quale elemento manterresti assolutamente e quale elimineresti senza esitazione?

Se dovessi girare di nuovo Venerdì 13 oggi manterrei sicuramente il personaggio di Jason e lo tratterei come uno squalo, che è ciò che è stato fatto in tutti i film che hanno avuto successo. È curioso, perché in questo modo si dà al pubblico ciò che vuole. Chi va a vedere Venerdì 13 ci va per vedere Jason fare le cose “alla Jason” e non cercare qualcosa di diverso o di migliore. Come ha detto un mio amico, a volte si ha solo voglia di andare a mangiare un Big Mac da McDonald’s. Non vai da McDonald’s e qualcuno ti dice: “Ho questo meraviglioso piatto a base di pesce che devi provare”. No, tu vuoi un Big Mac, prendi un Big Mac e stop. Cercherei di rendere la storia il più interessante possibile, ma partirei da Jason così com’è sempre stato.

Quindi non cambieresti nulla del film che hai realizzato, se lo facessi ora?

Beh, nel primo film non c’era Jason, cercava quindi di essere un film diverso. Ma nei 10 sequel o giù di lì che sono stati realizzati, il pubblico ha finito per aspettarsi che Jason facesse determinate cose. E quando le fa il pubblico sembra essere soddisfatto. Se non le fa il pubblico non è felice.

Eppure il primo è stato un successo.

Sì, ha avuto molto successo. Anche senza Jason. Ma è quello che è diventato nel tempo, non quello che era in origine. Perché all’epoca nessuno aveva mai visto quello che stavamo facendo.

Venerdì 13 è spesso considerato come un film slasher, ma presenta anche elementi del giallo italiano, come la figura della madre e l’uso della soggettiva . Sei mai stato influenzato, inconsciamente o meno, da registi europei come Argento o Bava?

Ho visto Argento e Bava, ma solo dopo aver realizzato Venerdì 13. Non avevo mai visto nessuno di quei film prima. Credo che mi avrebbe aiutato molto vederli. Argento in particolare era molto intelligente. Ha creato cose che, all’epoca, consideravo come dei trucchi di magia. Guardavi quello che stava succedendo e sapevi che non stava accadendo davvero, ma era così bello da sembrare vero. Come negli spettacoli di magia: il mago taglia la ragazza a metà e raccoglie le due metà. Tu sai bene che non l’ha uccisa, ma sembra proprio che l’abbia fatto. Ed era proprio questo il bello di creare qualcosa che sapevi non esistesse, ma che sembrava proprio reale. Tutto è cambiato quando abbiamo iniziato a usare i computer. Ora puoi creare qualsiasi cosa. A quei tempi era come se ci si potesse fidare della macchina da presa. Qualunque cosa fosse sulla pellicola, era ciò che era successo. Era ciò che vedevi. Ora non più. Quindi non ci si può “fidare” della macchia da presa allo stesso modo.

In questo senso, la colonna sonora diventa ancora più importante, proprio come nei film di Argento.

Esattamente. La musica ti dice cosa provare in una determinata scena. Se ti senti al sicuro, puoi farlo. Se ti senti ansioso, puoi farlo. Se c’è tensione, puoi farlo. E poi devi partire da lì. Ma non si tratta solo di inventare una canzone o una melodia. Si tratta di inventare qualcosa che funzioni sul tuo subconscio. Non credo che nessuno ascolti consapevolmente la musica quando viene composta. Voglio dire, certo, c’è stata della musica meravigliosa composta per i film. Ma quando guardi il film stesso, non dici: “Oh, ascolta quelle trombe”. Ti trasporta semplicemente insieme alla storia. Ed è per questo che mi è piaciuto così tanto lavorare con Harry Manfredini, perché è un musicista molto bravo e anche un ottimo insegnate. È stato lui a insegnarmi come funziona la musica in un film.

A proposito di Manfredini, ha avuto carta bianca nella realizzazione della colonna sonora? O gli hai dato qualche consiglio?

No, non ho dato consigli. Insomma, il consiglio che potrei dare a chiunque in una situazione del genere è che “non mi piace”. Ma non è proprio un consiglio. A volte una musica può non piacerti come ti fa sentire, oppure è troppo frenetica o qualcosa del genere. Ma è sempre un rapporto di collaborazione. E penso che un buon regista debba collaborare con il compositore e su quello che sta creando in termini di sensazioni, in termini di narrazione della storia. E alla fine, si tratta sempre di raccontare la storia. Questa è la chiave.

Possiedi ancora i diritti del primo film? Mi sembra di capire che tu condivida i diritti della saga con Victor Miller.

Quello che è successo è che il contratto che avevamo con Victor Miller è scaduto. Non sarebbe dovuto succedere, ma è successo. Lui ha presentato un reclamo. O meglio, il suo avvocato, perché lui aveva un avvocato, ha presentato un reclamo. Io ho detto che non era giusto. E così siamo andati in tribunale e abbiamo perso. E allora ho detto: “Cavolo, è un peccato”. E spero che quando la serie su Venerdì 13 che la A24 sta preparando decollerà mi piacerebbe farne parte. Ma non ne sarei il proprietario.

Quando uscì nelle sale, Venerdì 13 non fu ben accolto dalla critica, ma il pubblico reagì molto bene.

Mi piace molto la critica cinematografica, ma a posteriori, dopo aver visto il film. Personalmente preferisco non leggere nulla su un film prima di vederlo. Vorrei evitare anche i trailer, se possibile, perché mi piace essere sorpreso dalle storie che vengono raccontate. Ma ciò che fanno i critici cinematografici è pensare che la cosa più importante sia quello che scrivono loro, non il film che si vede. Non mi sarei mai aspettato comunque di ricevere recensioni positive su Venerdì 13. Non è stato realizzato per quello, anche se siamo qui a Sitges a parlarne ancora. Grazie al successo popolare, il film è diventato un punto di riferimento. Poi sono arrivati i sequel. Non credo che qualcuno lo abbia mai considerato un film “serio”, era serio dal punto di vista finanziario, ma non era Il re leone.

Ti ha mai dato fastidio il fatto che Jason sia diventato un’icona, ma anche un cliché, e in un certo senso abbia fagocitato tutto il resto?

No. Penso che fosse inevitabile che Jason diventasse un’icona. E una volta diventato, chi investiva i soldi e distribuiva il film sapeva cosa stava producendo e cosa aspettarsi, perché era tutto chiaro. Se Jason fosse cambiato in ogni film, o fosse diventato una donna, avrei detto no. È una questione di affidabilità e coerenza. Ricordo di aver sentito qualcuno dire che i film di Venerdì 13, in generale, sono film per la “classe operaia”, un film per i lavoratori, non per i critici snob. Comunque no, non mi pento di nulla.

Com’era il primo montaggio del film?

Il primo montaggio non durava due ore. Non so esattamente quanto durasse, ma all’epoca la cosa difficile era arrivare a 90 minuti. Di norma la versione più breve funziona di più perché scorre velocemente e mantiene maggiormente l’attenzione dello spettatore, ma allungarla fino a 90 minuti era complicato. Ricordo la prima proiezione che feci, che aveva praticamente il montaggio che hanno visto tutti, non aveva musica né effetti sonori. Era solo per vedere com’era uscito il film. Vennero Wes Craven e Harry Manfredini e dopo ne parlammo insieme. Wes, che era un amico, mi disse: “Beh, è molto interessante ma è terribilmente lento”. Poi, nel giro di un mese, forse un po’ di più, ci fu un’altra proiezione, stavolta con la musica e gli effetti sonori. Solo allora funzionò alla grande. Il film in sé non era cambiato. Quando lo consegnammo alla MPAA per ottenere la classificazione, credo di aver tolto in tutto 14 secondi, quindi non grandi tagli. Era solo una piccola parte. Onestamente, se avessi avuto un montaggio di due ore mi sarei sparato… [ride]. Insomma, devi avere una storia che scorre bene. Forse la morte di Kevin Bacon era più lunga, ma non credo tanto. Insomma, penso che funzioni bene così com’è. Quella scena l’avevamo elaborata come un trucco di magia: lui è a letto, lei è andata in un posto pericoloso, quindi lo spettatore crede che probabilmente lui stia bene, ma sappiamo che sopra di lui, dall’altra parte del letto a castello, c’è un ragazzo morto che perde sangue. E vediamo il sangue che inizia a cadere. Tutta la nostra attenzione è concentrata lì. A quel punto dall’altra parte dello schermo arriva la freccia. È per questo che è così sorprendente.

Sei stato produttore de L’ultima casa a sinistra, con Wes Craven come regista. Un film diventato una pietra miliare nel genere horror. Che ricordo hai di quell’esperienza?

Eravamo entrambi [io e Wes Craven] molto giovani e stavamo cercando di realizzare un film che fosse insolito e in qualche modo avvincente. Ma era come sgattaiolare fuori di notte e dipingere graffiti sui muri di nascosto, tornare a casa e sperare che nessuno ti scoprisse. Abbiamo girato questo film praticamente senza soldi, cercando di raccontare una storia. E quella storia prendeva una piega inaspettata a metà del film: abbiamo queste due ragazze davvero adorabili e all’inizio pensi: “oh, moriranno sicuramente”. Ma non muoiono subito. Quindi, man mano che ti appassioni sempre di più, rimani scioccato e davvero angosciato quando poi vengono uccise. La seconda metà del film è caratterizzata dalla vendetta, che avviene successivamente. Non credo che la vendetta sia una motivazione così valida per i personaggi, ma andò così. E penso che avessimo sempre capito che quello era l’obiettivo. Eravamo solo dei ragazzi che cercavano di fare un film.

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